In Italia le celebrazioni della Giornata Mondiale del Teatro 2019

Mercoledì 27 marzo si celebra la Giornata Mondiale del Teatro, istituita dall’International Theatre Institute dell’UNESCO. Dal 1962, ogni anno, nei teatri e nelle realtà culturali che sostengono e aderiscono all’iniziativa, risuona un unico Messaggio, affidato a una personalità della cultura mondiale per testimoniare le riflessioni vive sul tema del Teatro e della Cultura della Pace. Dopo, tra gli altri, Jean Cocteau, Arthur Miller, Laurence Olivier, Jean-Louis Barraul, Peter Brook, Dimitri Chostakovitch, Maurice Béjart, Luchino Visconti, Richard Burton, Ellen Stewart, Eugène Ionesco, Umberto Orsini, VaclavHavel, Ariane Mnouchkine, Augusto Boal, John Malkovich, i Premi Nobel Miguel Angel Asturias, Dario Fo, Pablo Neruda, WoleSoyinka, quest’anno il messaggio è firmato dal cubano Carlos Celdràn. Classe 1963, il pluripremiato regista teatrale, drammaturgo, accademico e professore che vive e lavora a L’Avana e ha portato i suoi spettacoli in tutto il mondo, sarà in Italia per tre appuntamenti tra Pesaro e Roma.

La Cerimonia ufficiale internazionale della Giornata mondiale del Teatro sarà ospitata, infatti, martedì 26 marzo dalla Casa Circondariale di Villa Fastiggi a Pesaro. Quest’anno l’ITI ha scelto di abbandonare l’ufficialità della grande cerimonia UNESCO a Parigi per unirsi ai detenuti e alle detenute e agli operatori teatrali che svolgono questo lavoro importantissimo nelle carceri attraverso il teatro. Un evento particolarmente rilevante che rientra anche nelle iniziative della sesta edizione della Giornata Nazionale del Teatro in Carcere, che si tiene dal 2014 (proprio in concomitanza con la Giornata mondiale del Teatro), promossa dal Coordinamento Nazionale del Teatro in Carcere, costituito da cinquanta esperienze teatrali diffuse su tutto il territorio italiano, con il sostegno del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, realizzata in partnership con ITI – UNESCO e il suo Centro italianoAssociazione Nazionale dei Critici di Teatro, la rivista europea “Catarsi-teatri delle diversità”, Teatro Aenigma  all’Università di Urbino. Dalle 10 nella sala teatrale della casa circondariale interverranno oltre a Carlos Celdràn anche Tobias Biancone (direttore generale dell’ITI – UNESCO), Fabio Tolledi (Presidente del Centro Italiano e vice presidente della rete mondiale dell’ITI – UNESCO), Vito Minoia (Presidente dell’ AITU/IUTA – International University Theatre Association e del Coordinamento Nazionale del Teatro in Carcere), Armanda Rossi (direttrice del carcere di Pesaro), Autorità del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Rosella Persi (docente di Pedagogia dell’Università di Urbino Carlo Bo), Antonio Rosa (docente dell’istituto Galileo Galilei di Pesaro),  l’attrice Roberta Quarta, che leggerà la traduzione italiana del Messaggio di Carlos Celdràn, il Frate francescano Stefano Luca,  che presenterà il documentario Undhurilay / see me / guardami sull’esperienza di Teatro Sociale condotta in Libano nel 2018 con adolescenti rifugiati siriani.

Mercoledì 27 marzo la giornata prenderà il via alle 10 al Teatro Vascello di Roma con la premiazione dei testi vincitori di Scrivere il teatro. Il concorso, indetto per il quarto anno consecutivo dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca – Direzione generale per lo studente, l’integrazione e la partecipazione, dal Centro italiano dell’ITI, presieduto dal regista e direttore artistico di Astragali Teatro Fabio Tolledi (vicepresidente della rete mondiale dell’ITI),  in collaborazione con Istituto Alberghiero Costaggini di Rieti, Accademia Mutamenti, Teatro Vascello, Comune di Cinigiano e Regione Toscana, è nato per richiamare l’attenzione delle scuole sul teatro come forma artistica di elevato valore sociale e educativo, invitando gli studenti a misurarsi con la drammaturgia e la scrittura scenica. Studenti di Primarie, Medie e Superiori di tutta Italia sono stati invitati a mettersi alla prova, in qualità di drammaturghi, presentando un testo della durata massima di dodici minuti. Tra i testi raccolti la giuria ha proclamato il vincitore e i testi “segnalati”. Il premio è stato assegnato ai ragazzi e alle ragazze dell’Istituto Alberghiero “Ettore Majorana” di Rossano, in provincia di Cosenza. Dopo una residenza artistica curata da Accademia Amiata Mutamenti di Giorgio Zorcù Sara Donzelli che si è tenuta a Cinigiano, in provincia di Grosseto, il testo “Ti ho trovato!”, delicata storia di un ragazzo che ha perso la madre e che è vittima di incomprensioni da parte del padre e di alcuni bulli della scuola, sarà messo in scena sul palco del Vascello. La giuria ha inoltre segnalato i testi “Chi trova un amico trova un diritto” (Scuola Primaria “Alessandro Manzoni” di Parabiago, Milano), “Noi, dal loro punto di vista” (Scuola secondaria di primo grado “Giuseppe Bagnera” di Roma), “Levante” (Scuola secondaria di secondo grado I.I.S. “Giacomo Leopardi” di San Benedetto del Tronto). La presentazione della mattinata che ospiterà alche Carlos CeldrànTobias BianconeFabio Tolledi e il dirigente del Miur Giuseppe Pierro, sarà a cura di Laura Palmieri, giornalista e conduttrice della trasmissione “Il Teatro” di Rai Radio3.

In serata, dalle 20:30, sempre al Teatro Vascello, prima dello spettacolo Abitare la battaglia diretto da Pierpaolo Sepe, interverranno Fabio Tolledi, Tobias Biancone e Carlos Celdràn che leggerà il Messaggio.

 

 

Giornata Mondiale del Teatro 2019: il Messaggio di Carlos Celdrán

CarlosCeldran photo

Prima del mio risveglio al teatro, i miei insegnanti erano già là. Avevano costruito le loro case e il loro approccio poetico sui resti delle loro vite. Molti di loro sono sconosciuti, o sono a malapena ricordati: hanno lavorato nel silenzio, nell’umiltà delle loro sale prove e nei loro teatri pieni di spettatori e, lentamente, dopo anni di lavoro e risultati straordinari, sono gradualmente andati via da questi luoghi e poi scomparsi. Quando ho capito che il mio destino personale sarebbe stato quello di seguire i loro passi, ho anche capito che avevo ereditato quell’affascinante, unica tradizione di vivere nel presente senza alcuna aspettativa, se non quella di raggiungere la trasparenza di un momento irripetibile; un momento di incontro con un altro nel buio di un teatro, senza ulteriore protezione se non la verità di un gesto, di una parola rivelatrice.

La mia patria teatrale si trova in quei momenti di incontro con gli spettatori che arrivano nel nostro teatro sera dopo sera dagli angoli più disparati della mia città, per accompagnarci e condividere alcune ore, pochi minuti. La mia vita è fatta di questi momenti unici, in cui smetto di essere me stesso, di soffrire per me stesso, e rinasco e capisco il significato della professione teatrale: vivere istanti di pura, effimera verità, dove sappiamo che ciò che diciamo e facciamo, lì sotto le luci del palcoscenico, è vero e riflette la parte più profonda, più personale di noi stessi. Il mio paese teatrale, mio e dei miei attori, è un paese intessuto di questi momenti, in cui mettiamo da parte le maschere, la retorica, la paura di essere ciò che siamo, e  uniamo le nostre mani nel buio.

La tradizione teatrale è orizzontale. Non c’è nessuno che possa affermare che il teatro esista in un qualsiasi luogo del mondo, in  una qualsiasi città o edificio privilegiato. Il teatro, così come l’ho recepito, si diffonde attraverso una geografia invisibile che fonde le vite di chi lo compie e il mestiere teatrale in un unico gesto unificante. Tutti i maestri del teatro scompaiono con i loro momenti di irripetibile lucidità e bellezza; svaniscono tutti allo stesso modo, senza alcuna altra trascendenza che li protegga e li renda noti. I maestri del teatro lo sanno, nessun riconoscimento è valido di fronte a quella certezza che è la radice del nostro lavoro: creare momenti di verità, di ambiguità, di forza, di libertà nel mezzo della grande precarietà. Nulla sopravvive, se non i dati o le registrazioni dei loro lavori, in video e in foto, che cattureranno solo una pallida idea di ciò che hanno fatto. Tuttavia, quello che mancherà sempre in quelle registrazioni è la risposta silenziosa del pubblico che capisce in un istante che ciò che accade non può essere tradotto o trovato all’esterno, che la verità condivisa è un’esperienza di vita, per qualche secondo, anche più diafana della vita stessa. Quando ho capito che il teatro era un paese in sé, un grande  territorio che copre il mondo intero, è sorta in me una determinazione, che è stata anche il compimento di una libertà: non devi andare lontano o spostarti da dove sei, non devi correre o muoverti. Il pubblico c’è ovunque tu esisti. I colleghi di cui hai bisogno sono là al tuo fianco. Là, fuori da casa tua, c’è la realtà quotidiana opaca e impenetrabile. Lavorerai, quindi, da quell’apparente immobilità per progettare il più grande viaggio di tutti, per ripetere l’Odissea, il viaggio degli Argonauti: sei un viaggiatore immobile che non cessa mai di accelerare la densità e la rigidità del tuo mondo reale. Il tuo viaggio è verso l’istante, il momento, verso l’incontro irripetibile con i tuoi simili. Il tuo viaggio è verso di loro, verso il loro cuore, la loro soggettività. Tu viaggi dentro di loro, nelle loro emozioni, nei loro ricordi che risvegli e metti in moto. Il tuo viaggio è vertiginoso e nessuno può misurarlo o metterlo a tacere. Né qualcuno può riconoscerlo nella giusta misura. E’ un viaggio attraverso l’immaginazione della tua gente, un seme che viene seminato nelle terre più remote: la coscienza civica, etica e umana dei tuoi spettatori. Perciò, non mi muovo, rimango a casa, con i miei cari, in una quiete apparente, lavorando giorno e notte, perché ho il segreto della velocità.

Carlos Celdrán

Traduzione di Roberta Quarta_Centro Italiano ITI

Messaggio e Bio Carlos Celdrán

Testo vincitore di Scrivere il Teatro 2019: Ti ho trovato!

27 Marzo 2019 – Roma, Teatro Vascello

foto laboratorio rossano

Scritto dagli studenti della V A Elettronica IIS “E. Majorana” di Rossano (Cs)

Di e con: Nicola Amodeo, Andrea Conforti, Salvatore Graziano, Rosaria Licciardi,Maria Martino, Marco Milito, Mario Motta, Gianluca Parrilla, Luigi Parrilla, Michele Sisca, Francesco Viola
Docente referente: Maria Letizia Guagliardi
Colonna sonora: Renato Corosu
Tecnico: Davide Picolli
Laboratorio, drammaturgia e regia: Sara Donzelli e Giorgio Zorcù

Motivazione della Giuria
La soffitta, il baule, le foto ricordo, costituiscono per Giuseppe una vita alternativa da “rifugio” per fare fronte al dolore della perdita della madre e al rapporto conflittuale col padre. Il luogo segreto di Giuseppe nasce dalla necessità di adattare il vissuto al dolore, alla perdita di senso della vita e al disagio nei confronti degli altri. Ma tutto questo dona al testo una struttura drammaturgica sorprendente, che fa tesoro della creazione di un tempo e di uno spazio, specifici, su cui trova sostanza il linguaggio teatrale. La fotografia è l’anello di trasmissione delle emozioni e della memoria di un rapporto interrotto violentemente tra madre e figlio. Ma è anche l’immagine muta di uno scavo doloroso dentro la materia esistenziale in età adolescenziale, esposta ai turbamenti e ai silenzi di una vita da capire e da sostenere. Tra l’assenza e la presenza, nell’inconciliabile rapporto tra spazio segreto e spazio pubblico, in cui Giuseppe si dibatte, il tempo drammaturgico instaura un legame tanto forte e tanto fragile, attraverso l’Ora d’Oro, quella prossima al tramonto, che Giuseppe continua a fotografare così come aveva fatto sua madre. Giuseppe, fotografo dell’esistenza, in fondo sa che l’attimo fuggente, attraverso la foto, incolla gli strappi del tempo. Ma fino a quando il motivo ricorrente di stampo materno “Ti ho trovato!”, vissuto come soliloquio interiore nello spazio segreto della soffitta, non passa nella realtà, sulla bocca di un’altra donna, in questo caso Maria la compagna di scuola, il contatto tra irrealtà e realtà non potrà essere ripristinato. Il titolo ne predice l’esito finale, come una formula catartica. In mezzo, nello scioglimento dell’azione, ci sta anche il risanamento del rapporto padre-figlio. Questo passa ugualmente attraverso la fotografia. Un altro patrimonio della memoria costituito dalle foto scattate dal padre a madre e figlio per fissare momenti di vita che la malattia avrebbe inghiottito. Il testo costruisce così un interessante triangolo della memoria che, agitato in un primo momento dalla tempesta della vita, trova un ordine nella realtà attraverso il classico superamento della “prova”, fino al ricominciamento del battito del tempo quotidiano: il pallone che torna a rotolare nel tempo impreciso della giornata giovanile.